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Gioia Pica
Intervista in occasione della mostra "Viaggio della memoria"

Davanti ad un’invitante tazza di tè iraniano, in una grigia giornata di pioggia, Minou mi racconta dei suoi viaggi.

Minou Amirsoleimani: La scelta dell’Italia è stata tutto sommato casuale. Molti sono i posti che mi hanno dato qualcosa, ho amato il Sud Africa e le sue contraddizioni, ho imparato il colore dall’India. Un colore che avvolge i paesaggi, così come la spiritualità ne avvolge lo spazio sopportabile e dignitosa la

Gioia Pica: Conosco l’India e capisco bene ciò che stai dicendo. In India si compie la quadratura del cerchio, si percepisce in una volta sola che tutti gli archetipi, tutti i miti, tutte le religioni hanno un’unica profonda matrice.

M. A: Recentemente ho esposto al Museo d’arte contemporanea Pino Pascali di Polignano a mare, un’opera ispirata proprio a questo principio universale. L’ho intitolata “Preghiera”, avevo proprio l’intenzione di rivolgere una preghiera per la pace. Mi sono ispirata a tre delle principali religioni monoteiste del pianeta. È una successione di 21 triangoli tridimensionali, in riferimento al secolo in cui ci muoviamo. I triangoli sono alternativamente pieni e vuoti, e su alcuni di questi ho trascritto versi tratti dall’Epopea della Creazione, un antichissimo poema mesopotamico ricco di analogie con i testi sacri dell’Islam, dell’Ebraismo e del Cristianesimo. Ho scelto una simbologia trasversale proprio per onorare una cosmogonia che non può che essere ecumenica: il triangolo per la Trinità, la cera per il Cristo, la mani rivolte in dentro per la preghiera.
Ti ho parlato di questa opera, ma in realtà non è quella che porterò a Bomarzo.

G. P: E cosa pensavi di portare?

M. A: È la rivisitazione di un’opera che avevo già esposto nel 1996 agli scavi di Minerva. Era un’iniziativa benefica, organizzata da un gruppo di cui facevo parte. Proposi questa installazione composta da pannelli e elementi plastici sovrapposti, che però hanno rubato.

G. P: Che peccato!

M. A: Non più di tanto. È nell’ordine delle cose. Li avevo lasciati deliberatamente amovibili, di modo che se me li avessero rubati non avrebbero dovuto rovinarmi i pannelli. E, in effetti, i pannelli si sono salvati. Li ho recuperati e li conservo nel mio studio, mentre dell’installazione non ne rimane neanche una traccia fotografica.

G. P: Sono quindi i pannelli che porterai a Viterbo?

M. A: No, ne ho rifatti altri. Tutta l’opera ho rifatto. Ciò che è rimasto uguale è la speranza che ricordare agli uomini l’origine della cultura di tutta l’umanità possa servire a qualcosa. Non a caso, l’opera si chiama “Viaggio della memoria”. La poetica del Viaggio è una costante del mio lavoro di donna e di artista. Il viaggio dell’anima è quello attraverso cui si compie la catarsi del nostro spirito, il viaggio della memoria è quello che ci riporta all’antica Mesopotamia, la terra tra due fiumi, che ho plasticamente reso attraverso una diversa trattazione della superficie, il viaggio della cultura, su tutta l’opera ho inciso in basso-rilievo i caratteri della scrittura cuneiforme, il viaggio del corpo, che mi porta oggi ad essere qui, invece che chissà dove. Anche le barche, che si dispiegano su tutta l’opera costituiscono un evidente rimando a questo tema.

G. P: Cosa hai messo dentro le barche?

M. A: Sono delle immagini di quelle straordinarie opere d’arte che ci ha lasciato la Mesopotamia e che oggi in Iraq sono profondamente in pericolo.

G. P: Se dovessi parlare della tua parabola di artista, cosa ti interesserebbe maggiormente dire?

M. A: Difficile parlare di sé. Quello che ti posso dire è che sicuramente il mio percorso professionale mi ha portato ad una spersonalizzazione della mia ricerca formale. Non mi interessano più i temi, i soggetti, le emozioni legati strettamente alla mia vicenda esistenziale. Dopo esser stata una pittrice, dopo esser stata una colorista, dopo esser stata una figurativa, dopo aver indagato i più personali moti dell’animo, oggi mi rivolgo ad altro. Oggi mi interessa ciò che resta quando tutto il superfluo è stato tolto, quando non si tratta più di te, di me o di chiunque altro, ma si va oltre, verso quell’armonia che lega tutto a sé, che tutto riconduce su di un diverso piano di conoscenza. È un gioco, che si ripete sempre uguale a se stesso; e a me, piace farne parte.

G. P: Ritorna sempre una forte spiritualità.

M. A: Sì, ma attenzione, è una spiritualità, che non è religione, o almeno, non è soltanto religione! È una prospettiva totalizzante che trova forza e significato ovunque, nella simbologia, nella numerologia, nella geometria, nell’architettura delle chiese e delle moschee, nella sorgente da cui sempre si attinge.

G. P: Come si concilia un’arte “ieratica” con una materia grossolana?

M. A: Anche la materia fa parte del gioco. Io poi amo molto la carta, che, nella sua leggerezza e nella sua apparente fragilità, riesce ad avere un aspetto di estrema forza e saldezza. Con la materia in generale, posso dire di non avere un rapporto particolarmente complesso. Se trovo che quel particolare materiale sia adatto allo scopo che mi prefiggo, allora lo uso. Se non so usarlo, imparo. Comunque preferisco fare tutto con le mie mani, anche il colore. La componente fabbrile è parte integrante, secondo me, dell’opera. Non mi va di delegarla ad altri. Recentemente, ad esempio, ho realizzato dei triangoli in terracotta per un’installazione a Opera Bosco di Calcata e così ho usato anche la terracotta. Come a volte ho utilizzato stoffe, cera, vetro, semplicemente ciò che la situazione mi suggeriva.

G. P: Perché a Bomarzo, non porti anche quest’opera? (Poggiato alla parete, risalta un gigantesco labirinto in cartapesta monocroma).

M. A: Mi piacerebbe molto portarlo, ma ho paura che sia troppo complicato il trasporto. È la sola via d’uscita concessa agli uomini… Vedremo.

Stavo dimenticando il rametto di tradescantia che Minou mi ha regalato. Finalmente ha smesso di piovere.