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P. Balmas
Viaggio

Cercare d’interpretare un lavoro di Minou Amirsoleimani partendo da principi di classificazione come quello che vuole un’opera d’arte necessariamente astratta o figurativa o, al più, oscillante tra queste due modalità d’espressione, sarebbe uno sforzo vano, cosi come sarebbe del tutto fuorviante definirlo, un tale lavoro, più o meno riuscito In relazione a strumenti di riscontro quali la pura plasticità, l’equilibrio della masse, l’accordo tra colori ecc. Né meno inutilizzabile risulterebbe, credo, un’altra distinzione affermatasi in questi ultimi anni, quella tra produzione a registro concettuale e produzione a registro estetico.
La ricerca della nostra artista, infatti, persegue una logica del tutto diversa, una logica molto simile a quella grazie alla quale noi oggi, pur essendo lontani anni luce dal tipo di società che li generò, siamo ancora in grado di apprezzare qualcosa dei versi di un Rumi, il grande poeta mistico iraniano al quale la Amirsoleimani, che è sua conterranea, a volte si rifà esplicitamente.
Allo stesso modo in cui Rumi, in accordo con la consolidata tradizione letteraria entro cui si muoveva, in fin dei conti, non fece che inseguire da mille postazione diverse lo stesso motivo, quella all’annullamento dell’uomo in Dio inteso come esperienza suprema che su tutte le altre si riverbera, la nostra artista non fa che riprendere contenuti di interesse esistenziale già messi in forma dalla cultura del suo paese e cercare nuovi e sempre più essenziali modi di tradurli in immagini, creando forme ed accostamenti di segni che possano con semplicità toccarci nell’intimo.
Né la nobiltà e il potere di suggestione dei nodi narrativi prescelti, né la bellezza delle forme cui si chiede di evocarli possono quindi pretendere di esaurire in sé il senso dell’opera la quale è, invece, per la Amirsoleimani, innanzitutto continua reinvenzione di un loro possibile accordo.
Ora dopo anni di tensione creativa cosi indirizzata la selezione di lavori che abbiamo sotto gli occhi ci consente di apprezzare meglio alcune costanti, alcuni principi guida attorno ai quali si muove con inimitabile grazia il lavoro della nostra artista: quello dello spazio riguardato non come contenitore neutro dell’oggetto tridimensionale ma come scansione di piani che ne conservano in qualche modo l’impronta traducendola in simbolo, o quello del riavvicinamento all’insegna dell’idea di scorrimento continuo, tra l’intima forza della scrittura e la capacità di accogliere e incanalare i moti e il dinamismo del pensiero propria della scultura o, infine quello del ripensamento del contorno in chiave di mediazione tra precipui significato figurali e decoratività intesa come contrazione nella ripetizione e dunque come preghiera.